Torino: retrocessione e successi juventini non frenano la festa granata.
Anzi...
Migliaia in marcia per l’orgoglio dei perdenti

di ALDO GRASSO
TORINO - L’orgoglio è l’ultimo privilegio delle minoranze, un
desiderio di identità: l’orgoglio dei gay, dei filosofi, degli onesti,
degli Amberson di Welles, dei lavoratori in mobilità e, da ieri, anche
dei tifosi del Toro. Ieri era il 4 maggio e 54 anni fa il Grande Torino
si schiantava contro la collina di Superga. Sabato, il Modesto Torino è
retrocesso in serie B per la quinta volta, coronando con una prestazione
inguardabile un campionato disonorevole. Ieri, per le strade di Torino,
si è materializzata una sorta di gioiosa follia, un serpentone di cuori
tenuti assieme da una fede convinta ma inspiegabile, insomma uno di quei
miracoli che il calcio sa ancora regalare a chi non si nega i sogni.
Sulla città di Torino c’era un sole che spaccava le pietre ed è triste
retrocedere in una giornata così, darsi appuntamento ancora una volta
sulle macerie; ma il sole, che è sempre dell’avvenire, cancella molte
ferite, mette allegria, dispone e consente, per una volta, un po’ di
retorica. Il tifoso del Toro è per natura un solitario ed è perlomeno
curioso assistere a una raduno di solitari, alla marcia di una folla
solitaria. Ma eravamo in tanti, banda di eremiti e di fratelli di fede
granata (di solito, scespirianamente in pochi: «We few, we happy few, we
band of brothers»), tanti quanti la festa dell’ultimo scudetto, che
ormai risale al 1976.
Chi dice venti, chi dice trentamila, chi dice di più: la città era tutta
nostra nel giorno in cui la Juve ha praticamente vinto un altro
scudetto. Questa è la grande novità che sopravanza di molto la più
modesta novità di un altro scudetto vinto dai «pigiama». Sono rari i
momenti in cui si idealizza tutto, anche sorella sfiga, quella mala
ventura storica che non ci abbandona mai, sono momenti in cui si può
anche indossare una T-shirt bianca che reca la scritta in fulgido colore
granata: «4 maggio 2003. Giornata dell’orgoglio granata. AMORE TORO. Io
c’ero».
Ebbene sì, c’ero anch’io perché c’è una sola squadra al mondo che fa di
un mucchio di rovine il proprio sacrario e il destino, con un colpo di
dadi, mi ha consegnato a questa squadra. Il raduno è per le 9 al
Filadelfia, il nostro Partenone, la metafora visiva dello strazio in cui
ci troviamo (Ciminelli, l’attuale presidente, non ha visto il film «Poltergeist»,
altrimenti non oserebbe pensare al Filadelfia come a un’occasione di
speculazione edilizia).
Celebrando la messa, il cappellano della squadra don Aldo Rabino ha
detto: «Tifare Toro è sempre una salita» e, intanto, asceticamente,
volgeva lo sguardo al cielo. Poteva dire calvario e ci saremmo capiti
più facilmente.
Il corteo stenta a partire perché, come gridano gli organizzatori,
«devono ancora arrivare i pullman dal Meridione». E anche questa è una
bella stranezza perché di pullman, «dal Meridione», ne arrivano davvero
e si fatica a credere che fuori dalla cerchia daziaria del Piemonte ci
siano altri brothers, altri cuore-Toro.Poi si parte: via Filadelfia,
corso Sebastopoli, il vecchio stadio Comunale, davanti alla torre di
Maratona, Corso Galileo Ferraris, per raggiungere Corso Re Umberto, dove
all’altezza del bar Zambon nel 1967 perse la vita Gigi Meroni. Meroni è
ancora lì, oggi lustro in un poster gigante, a ricordare l’estro e la
genialità di un campione, a serbare memoria soprattutto del primo
calciatore moderno, grande professionista e insieme diffidente
dell’ambiente, sospettoso di un mondo che non si poneva (non si pone)
tante domande, ma il primo a pensarsi in termine d’immagine.
Poi il colorato corteo, preceduto da staffette in bici, da battistrada
motorizzati, muove verso Piazza San Carlo, dove c’è la conta finale, uno
sventolio di rosse bandiere da squadra che punta alla scudetto. Poteva
essere un funerale mascherato, invece è stata festa, un omaggio al
galateo dei sogni, la magia dell’estremo.Apriva la marcia uno striscione
in stile De Gregori: «Il Toro siamo noi». Ed è vero: la storia siamo
noi, il Toro siamo noi. Questo era il senso ultimo della manifestazione,
il suo inequivocabile messaggio.
Il Toro è un patrimonio (più allegorico che materiale) che un gruppo di
sciagurati dirigenti ha tentato negli anni di dilapidare, vendendosi
persino l’argenteria di casa. I mobili non ci sono più ma c’è ancora il
motore immobile della fede granata, un valore simbolico che una società
come la nostra, basata com’è sulla comunicazione, non può ignorare o
permettere che vada disperso. Ma dove esiste una società i cui tifosi,
dopo aver assistito a uno spettacolino finale di Piero Chiambretti,
molto televisivo, e una sfilata malinconica di vecchie glorie (Fusi,
Annoni, Puja...), hanno ancora voglia di salire sulle navette per un
pellegrinaggio a Superga?
Il Toro siamo noi e per noi si deve intendere molte famiglie, molte
donne, molti bambini (poveretti, non sanno quanto dovranno soffrire,
quanto è difficile a scuola dire «sono del Toro», perché anche ai
giovani insegnano che è meglio stare coi vincitori, coi più forti),
molto pane e salame, e vino rosso (questo si distribuiva nei punti
ristoro, altro che bevande energetiche o integratori!).
Non c’erano facce da ultrà (quelli che per non sentirsi criminalizzati
hanno devastato il Delle Alpi) e mancavano, ovviamente, tutti coloro che
diventano tifosi per emulazione, si identificano in un campione, vengono
gratificati da una vittoria. C’erano quelli che non vanno più alla
stadio.
È stata la festa di chi è ancora orgoglioso di tifare Toro. E di chi sa
perdere.
Corriere della Sera 5-5-03
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